la masseria di de nittis in puglia

1° Maggio. Divagazioni di un’archeologa e guida turistica sul tema

Buon 1° Maggio a tutti, questo il messaggio che ognuno di noi, appena sveglio, ha visto comparire sugli schermi dei propri cellulari. Ed è successo anche a me, una marea di Gif, foto di fiori, messaggi, più o meno lunghi, di auguri per questo 1° Maggio 2021.

Il secondo anno consecutivo in cui un’intera categoria, la mia, quella dei lavoratori, più o meno visibili, della cultura e del turismo è completamente ferma, immobile, cristallizzata. Stamattina mi son passate tante riflessioni per la mente, sul significato del 1° Maggio, sulle lotte di classe, sugli enormi ostacoli che persistono per raggiungere il principio costituzionale per cui “L’Italia è una Repubblica costituzionale fondata sul Lavoro”, sulla retorica di quanti oggi pronunceranno o scriveranno citazioni a caso per conquistare un like in più o peggio ancora un voto in più.

Mentre tutti questi pensieri si affollavano nella mia mente, uno su tutti si è fatto largo in quel marasma. È stato un ricordo, non una riflessione sui massimi sistemi, ma un tenero e al tempo stesso semplice ricordo. In realtà ne son poi susseguiti molti altri, ma il primo mi ha quasi commossa.

Io: “Nonna, vogliamo fare un regalo a nonno per il suo compleanno, sono 80 anni e vorremmo qualcosa di importante, di bello e che possa renderlo felice. Ci dai un consiglio?”

Nonna: “Figlia mia e cosa ti devo dire? Non preoccuparti non è necessario”

Io: “Nonna ma voglio, dimmi per favore cosa potrebbe renderlo felice”

Ricordo che la risposta mi sorprese e non poco.

Nonna: “Figlia mia, una cosa che sicuramente lo renderebbe felice sarebbe un dipinto”

Io: “Un dipinto? Davvero? E di che cosa?”

Nonna: “Sai quelle scene di contadini che lavorano in campagna? Ecco una cosa del genere. Un bel paesaggio delle nostre campagne con i contadini”

La conversazione dovreste immaginarla in dialetto gravinese. Gravina in Puglia, città dove son nata e dove son cresciuta.

Mia nonna cercò di spiegarmi meglio l’attrazione che mio nonno ogni volta provava quando vedeva dipinti che rappresentavano paesaggi campestri, ma soprattutto scene di lavoro nei campi.

Mio nonno lavorava la terra, i ricordi della sua infanzia e di tutta la sua vita erano legati alla terra e anche i racconti che affascinavano noi nipoti erano anch’essi tutti legati alla terra. Perciò l’iniziale sorpresa, forse dovuta a una specie di pregiudizio insito in tantissimi “come può un cosiddetto cafone, apprezzare l’arte?”, scomparve totalmente e subito mi misi a lavoro per commissionare ad un’artista, una pittrice, l’opera. Una bella scena campestre che rappresenta la mietitura del grano, contadini con la falce in mano, covoni di fieno e un grande albero di ulivo sotto cui un cafone schiacciava un pisolino, meritato riposo dopo tanto lavoro. Per me il contadino che riposava era mio nonno, un sacrosanto riposo o il riposo dei giusti.

Perché questo ricordo proprio stamattina? Perché mentre riflettevo sul diritto del lavoro ho pensato ad un quadro che raffigura un contadino nell’atto più semplice e giusto che ci possa essere, riposare dopo tanto lavoro?

La risposta è in realtà scontata. La storia di questo dipinto, per quanto appartenente ad una piccola storia famigliare, personale e intimistica, è metafora della grande Storia. Quella che si trova sui libri di storia e che si studia a scuola. Le condizioni dei contadini del nostro Sud, Le lotte dei braccianti del Mezzogiorno, le conquiste di diritti fondamentali pagati a duro prezzo.

Una storia in cui la mia terra, la Puglia, è protagonista.

Una storia che abbiamo il dovere di ricordare e raccontare ogni qual volta il nostro bellissimo lavoro di guide turistiche ci porta a illustrare il nostro territorio ai tanti che giungono in Puglia per conoscere la nostra terra.

Come si può raccontare la Puglia prescindendo dalla storia dei tanti contadini, cafoni, che hanno lavorato e modellato questa terra? Come si può passeggiare per le campagne pugliesi senza chiedersi chi ha reso quei campi così belli? Come si può ammirare trulli, pagghiare, jazzi, masserie, muretti a secco, case contadine senza ricordare chi e perché ha costruito in questo modo.  Come si può attraversare il Tavoliere delle Puglie e non ricordare Giuseppe Di Vittorio? Come si può non parlare delle Tabacchine salentine e di quante ne morirono nel rogo di Calimera? Come si può parlare dei Trulli, Patrimonio dell’Umanità, e non raccontare la condizione contadina che ha generato tali strutture? Come si può fare un trekking sulla Murgia senza chiedersi chi è che l’ha spietrata e messo a coltura i campi della zona?

Sarà per formazione, sarà per amore della mia cara Puglia, sarà perché credo fermamente nel valore della memoria storica, ma io tutte queste storie continuo a raccontarle e non vedo l’ora di ritornare “sul campo” per poter continuare questa narrazione che sorprende, perché non ce lo si aspetta, e che in molti casi commuove.

Ecco stamattina mentre pensavo a tutto questo mi son sentita orgogliosa del mio lavoro ed ho dato un senso a questo 1°Maggio 2021 che altrimenti sarebbe stato triste.

Triste perché non si lavora da due anni, perché molti miei colleghi sono INVISIBILI allo Stato, perché non c’è Tutela, perché i lavoratori della Cultura sono sempre gli ultimi ad essere presi in considerazione, perché “te la sei cercata quando hai deciso di studiare: Archeologia, Storia dell’Arte, Musica, Teatro, Archivistica, Storia!”, perché la stanchezza a volte porta a rinunciare e si smette di sognare, perché il lavoro per cui hai studiato tanto si trasforma in altro, ci si accontenta, perché hai una famiglia, perché devi pagare affitti, perché sei in Italia dove la Cultura non conta e ci si deve adattare.

In ultimo ho pensato a Tommaso Fiore, altamurano, e al suo Popolo di Formiche, una popolazione quella pugliese capace di lavorare costantemente, di sopportare pesi immani e realizzare grandi cose, e di nuovo mi sono sentita orgogliosa.

«E dovunque muri e muretti, non dieci, non venti, ma più, molti di più, allineati sui fianchi di ogni rilievo, orizzontalmente, a distanza anche di pochi metri, per contenere il terreno, per raccoglierne e reggerne un po’ tra tanto calcare. Mi chiederai come ha fatto tanta gente a scavare ed allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la Murgia più aspra e sassosa; […] non ci voleva meno che la laboriosità d’un popolo di formiche» Tommaso Fiore

Buon 1° Maggio 2021

 

Pina Alloggio

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