In un caldo pomeriggio d’agosto ovvero quattro passi tra birra (artigianale), movida, vicoli e Storia

In un caldo pomeriggio d’agosto vagavo nel centro di Lecce godendomi, in solitaria, i tanti tesori e gli infiniti merletti che adornano chiese e palazzi. Nonostante il pomeriggio avanzato il sole ancora picchiava deciso, rendendo brillante la pietra che riluceva dorata in maniera quasi abbacinante. Anche la mia fronte brillava, imperlata da un velo sottile di sudore. Decisi di fare una sosta. Mi resi conto che, perso nei miei pensieri, avevo appena superato Piazzetta Carducci. La mole squadrata della torre campanaria della chiesa di San Francesco della Scarpa incombeva alla mia sinistra.

Ne approfittai, allora, per fare un salto al Caffè Letterario, più per salutare il mio amico Paolo che per trovare un reale refrigerio. Mi accomodai sulla panca che corre lungo il muro di fronte al bancone, nell’angolo subito a destra rispetto alla porta d’ingresso. Quello spazio scandito dalle sedute imbottite e da un piccolo tavolino quadrato mi dava l’impressione di un luogo protetto nel quale sentirmi a mio agio, rinfrancato dalla calura lasciata per strada. Presi da sopra una mensola un paio di libri ed iniziai, distrattamente, a sfogliarli. Mi piaceva quell’angolo, mi permetteva di passare inosservato, di gustare tutti gli scambi di battute e le strane richieste che gli avventori ponevano a Paolo. Chi entrava rivolgeva naturalmente la propria attenzione al bancone, dando le spalle all’angolo nascosto nel quale avevo trovato rifugio. Era un punto perfetto per osservare senza essere visto, quasi fossi un ornitologo appostato nel proprio capanno intento ad ascoltare i canti ed i richiami degli uccelli in natura, in attesa di poterne osservare qualcuno da vicino, senza arrecargli disturbo.

Ad un tratto fece il suo ingresso Vito, un habitué del Caffè Letterario.

“Ciao Paolo,” salutò senza accorgersi della mia presenza “questo sole non vuole calare, ho bisogno immediato di qualcosa di fresco! Questa temperatura richiede una bionda ghiacciata. Mi raccomando che non sia doppio malto e soprattutto che sia senza schiuma!” sentenziò con fare deciso.

A quelle parole Paolo alzò gli occhi e mi rivolse un sorriso sornione. Io, stando al suo gioco, sobbalzai in maniera plateale e scossi la testa con simulato fare polemico.

L’ignaro avventore colse questo scambio di sguardi e voltandosi finalmente si accorse della mia presenza: “Perdonami non ti avevo proprio visto!” esclamò sorpreso con tono di scuse.

“Non preoccuparti” risposi sorridendo accogliente, “mi piace rintanarmi in questo angolino e sfruttare l’effetto sorpresa.”

“A proposito di sorpresa, mi spiegate voi due il significato del “simpatico” siparietto cui ho involontariamente dato avvio?” Vito si rivolse a Paolo in maniera giocosamente severa.

“Non volevamo certo mancarti di rispetto Vito, il mio sorriso beffardo era rivolto al mio amico qui, che ha molto a cuore il tema “birra” ” si giustificò Paolo.

“È vero,” intervenni a dargli manforte “Diciamo che faccio parte della schiera di coloro ai quali piace definirsi bevitori consapevoli, che amano andare sempre alla ricerca delle infinite storie dentro al bicchiere.”

“Diciamo caro Vito” riprese Paolo “che termini del tipo “bionda ghiacciata”, “senza schiuma” o “doppio malto” fanno correre i brividi dietro la schiena al mio amico qui presente.”

“Beh…” cercai di schermirmi “…senza offesa… ma alcune espressioni hanno in realtà poco senso e rappresentano errati luoghi comuni.”

“Oggi caro Vito sei cascato male!” riprese Paolo con fare pomposo “hai di fronte un UBT, anzi ti dirò di più, un UBT col pallino per la storia, che per giunta è anche guida turistica!”

“Alla faccia del bicarbonato di sodio…avrebbe esclamato il principe Antonio De Curtis!” ironizzai per rompere il mio imbarazzo e quello di Vito.

“Un UBT? Cos’è? Cosa significa? E cosa c’entra la storia con la birra?” esclamò sorpreso il nostro interlocutore.

“UBT sta per Unionbirrai Beer Taster ” intervenni per rispondere a Vito, “Unionbirrai è l’associazione di categoria che riunisce i microbirrifici indipendenti in Italia, e gli UBT sono degustatori abilitati e comunicatori esperti con il compito di diffondere la cultura della birra artigianale italiana. A questo poi ci aggiungo la mia passione per la storia ed anche il mio lavoro come guida, e devo ammettere che, in tutto ciò, Lecce mi è molto d’aiuto, con la sua arte, la sua storia ed anche con i suoi birrifici.”

“E cosa c’entrano i birrifici?!” fece con fare dubbioso il mio nuovo amico.

“Beh, caro Vito, che Lecce sia una città ricca d’arte non sono certo il primo ad affermarlo. Ma Lecce è anche una città con un buon panorama birrario. Pensa che può vantare la presenza di ben quattro siti produttivi: nella zona di Castromediano c’è B94, il primo birrificio ad aprire nel lontano 2008; non lontano da Porta Rudiae, su via Sozy Carafa, c’è Malatesta primo birrificio sorto nel cuore della città; spostandoci su via Adriatica, per essere precisi in via Casciaro, c’è Baff Beer birrificio molto attivo, che propone diversi eventi culturali; e poi nei pressi di piazzetta Ariosto, su via D’Annunzio, si trova Officine Birrai, brewpub con impianto di produzione a vista. Questi birrifici producono tanti stili diversi, ognuno con le sue peculiarità, ma la cosa più importante è che si tratta di ottima birra artigianale” spiegai con entusiasmo.

“Devo ammettere che mi stai incuriosendo, ma ancora non mi hai spiegato cosa c’entra la birra con la storia e con la storia di Lecce in particolare.” Sentenziò Vito con fare furbesco.

“Per rispondere a questa domanda devo invitarti a lasciare questo rifugio fresco e sicuro. Dobbiamo uscire per strada ed iniziare ad osservare la nostra città con lo sguardo curioso dei bambini per cogliere aspetti nascosti, piccoli dettagli e particolari celati tra i chiaroscuri della calda pietra leccese” esclamai con enfasi per alimentare la curiosità del mio inaspettato ascoltatore.

“Va bene, ci sto! ” mi rimandò Vito con slancio.

Prendemmo congedo da Paolo e dal Caffè Letterario e ci immergemmo nei vicoli del centro ancora illuminati dagli ultimi caldi raggi di un sole ormai rassegnato al tramonto.

“Sai, Lecce è un magnifico arazzo intessuto di storie,” iniziai a narrare al mio improvvisato compagno, “mille e più vicende si intersecano dando vita alla bellezza che ci circonda. È bello perdersi in questi racconti, individuare un piccolo filo e seguirlo, cercare di dipanare tutti i suoi nodi, gustarne gli intrecci, scoprirne gli aspetti più insoliti lasciandosi andare a suggestioni e commistioni inconsuete. Passeggiare nei vicoli, osservare i dettagli, cogliere spunti per intrecciare racconti. ”

Percorrevamo lentamente via G. Paladini. Giunti all’incrocio con via Marco Basseo mi fermai. Il mio compagno mi ascoltava in silenzio, con attenzione.

“Guarda dietro quest’angolo” continuai “osserva questo affresco. Già qui possiamo tratteggiare un legame con la birra e la sua storia”.

“Come? Quale legame?” esclamò Vito perplesso “Questa è un’immagine di Sant’Antonio Abate. Cosa ha a che fare con la tua tanto amata bevanda? ”

“Devi sapere, caro mio scettico amico” gli rimandai con lieve ironia “che il santo anacoreta, nell’ambito della cultura birraria, è tenuto in gran conto. Come fondatore del Monachesimo occidentale ha dato vita ad un modello culturale nuovo che è stato raccolto ben presto da altri e replicato sin nella verde Irlanda. Da quest’isola poi, grazie anche all’esempio di Antonio il Grande, avrà avvio quel movimento monacale che, durante il Medioevo, legherà in maniera indissolubile, in tutta Europa, la birra al mondo cristiano attraverso la fondazione di tanti monasteri. Poi ci saranno i monaci benedettini, poi i cistercensi da cui deriveranno i trappisti, ma tutto questo fa parte di altre storie. Sicuramente però Sant’Antonio Abate può rappresentare un ottimo punto di partenza.”

 

Testo di Aristodemo Pellegrino

 

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