La colonna di Sant’Oronzo: incidenti e controversie sul monumento al martire leccese

Sta per giungere al suo epilogo il Jubilaeum Orontianum Lyciense e, occupandoci di promozione del territorio e della sua storia e le sue tradizioni, è doveroso dedicare una pagina virtuale del nostro blog al Santo Patrono di Lecce, il martire Oronzo. A Lecce il suo nome ha un’eco nelle piazze, nei monumenti e nella produzione artistica. Fare un giro per il capoluogo salentino e non menzionare Sant’Oronzo è quasi impossibile, è un personaggio la cui memoria si attesta ovunque nel centro storico.

La toponomastica ad esempio ci porta da subito nella centralissima Piazza Sant’ Oronzo, in origine Piazza dei Mercanti, che acquisirà la nuova denominazione proprio per il monumento allestito qui, nella seconda metà del XVII secolo, in onore del nuovo protettore della città: parliamo della colonna di Sant’Oronzo, rocchi di epoca romana in marmo bianco in cima ai quali, su un capitello barocco, fu collocato un simulacro del martire, quando gli venne attribuito il miracolo di aver intercesso per i leccesi e i salentini contro la spietata pestilenza del 1656.

Per volontà del vescovo Luigi Pappacoda, Sant’Oronzo salirà agli onori del “protettorato” cittadino, superando la fama locale di Sant’Irene. Per alcuni, è piuttosto singolare che il vescovo ritenne proprio il martire lupiense l’autore del miracolo, seppure ai tempi non godesse di notorietà nè tra i fedeli nè tra i chierici se si considera che Oronzo non risultava neanche nel Breviarium Liciense, il libro di preghiere quotidiane dei preti in cui erano indicati tutti i santi. Malgrado qualche ombra si addensi sulla vicenda, Sant’Oronzo si ergerà su tutti nel pantheon di aureole che Monsignor Pappacoda farà riconoscere a protezione della città di Lecce, così come la sua statua sarà elevata il 9 luglio 1683 sulla colonna proveniente da Brindisi.

La statua, realizzata a Venezia, fu accompagnata da un grande corteo di popolo, notabili, monaci e confraternite, insieme a tutti i soldati della provincia, a piedi e a cavallo. I “musici” intonavano le lodi e giunti in piazza furono accolti dalla “salva reale” dei mortaretti ai quali rispose l’artiglieria del Castello Carlo V, congiuntamente agli spari degli stessi soldati del corteo. La statua fu quindi issata sulla sommità della colonna, ma da quel momento diventerà il fulcro di alcune vicissitudini.
La prima risale al 1737, quando nel corso dei festeggiamenti patronali, una delle prime folgori dei fuochi d’artificio sparati in onore del santo raggiunge la statua infilandosi sotto il braccio. Prima un fuocherello e poi fumo sempre più denso, l’anima in legno della statua si era incendiata. Vano sarà il tentativo di chi prova rocambolescamente di avventurarsi in cima con dei secchi d’acqua. Di fatto, sotto lo sguardo incredulo e impotente dei fedeli – in cerca forse di oscuri presagi -, dopo poche ore, della statua rimane ben poco: solo la testa è risparmiata dal fuoco, rotolando giù, incolume. Intanto in città si sparse la voce che le ceneri erano miracolose, quindi ci fu un fuggi-fuggi per accaparrarsene, ma i resti erano già oggetto di un commercio illecito a prezzi assai elevati. Nel frattempo invece la testa viene esposta, su un altare, all’interno del Sedile.

Fu commissionata poi una nuova statua ai veneziani, inviando la stessa testa e un modello in terracotta realizzato dal Manieri. La nave a causa di una terribile tempesta finì però nel Sud della Dalmazia, dove il prezioso carico fu preso come un segno divino e non venne restituito. Sarà grazie a una seconda spedizione che nel 1739 giungerà da Venezia al porto di San Cataldo una nuova statua.
Passati però solo pochi anni, nel 1755, a chiunque la guardasse la statua appariva sbilenca. E non era un effetto ottico! Davvero la statua di Sant’Oronzo era incurvata in avanti, sembrava quasi che stesse per cadere. Si procedette subito con degli interventi di recupero dell’opera e fu rimessa in sesto, seppure altre opere di restauro saranno richieste anche in anni successivi. E a ulteriori patimenti sarà sottoposta quando nel 1937 il monumento fu spostato dalla sua originaria collocazione nella nuova piazza che andava ad aprirsi più a nord della primitiva, per lasciare spazio allo scavo parziale dell’anfiteatro romano intanto venuto alla luce.

Un altro fatto singolare aveva avuto come protagonista quella stessa statua. Era il 1799 e anche a Lecce veniva issato in piazza l’albero della libertà, come in tutte le città dove si erano infiammati gli animi per le idee diffuse dalla Rivoluzione francese. Chi avversava le posizioni repubblicane, e tra di essi molti preti, sparsero una voce, secondo la quale il patrono fosse oltraggiato dalla visita di quell’aggeggio vicino a lui e arringavano con forza la folla: “Bisogna fare qualcosa, fedeli. Sant’Oronzo ci vuole abbandonare.” Nelle sue cronache del ‘700, il Piccinni ci precisa in merito: “È stato visto in atto di voltare la testa e la faccia verso il Sedile e cacciato il piede in fuori del suo sito, come chi se ne vuole partire, disgustato”. Tale suggestione bastò per spronare il popolo leccese ad agire per non perdere il Santo tanto caro: l’albero della libertà fu distrutto insieme alle insegne repubblicane e le coccarde tricolori strappate.
Una controversia però – la prima in assoluto a investire il monumento in onore di Sant’Oronzo – fu quella che riguardò la colonna romana che sostiene la statua, in relazione al monumento più noto di Brindisi. Due erano le colonne che oggi troveremmo in cima alla scalinata Virgilio, a guardare il canale Pigonati e il porto della città adriatica, se una delle due a un certo punto non fosse stata allontanata dal suo sito originario per finire nella piazza centrale di Lecce e sollevare una diatriba tra i cittadini delle due località salentine. Il principio di tutto è da rintracciarsi nell’anno 1528, quando per cause imprecisate una delle due colonne rovinò; i rocchi rimasero sparsi sul luogo, per oltre un secolo, senza che nessun intervento di ripristino sia mai eseguito. Si giungerà quindi al 1656 e alla terribile epidemia di peste che, dopo aver mietute vittime in Europa, si diffonde nel Regno di Napoli, lasciando immune la Terra d’Otranto, un fatto eccezionale e ritenuto miracoloso per intercessione di Sant’Oronzo. L’allora sindaco di Brindisi, Carlo Stea, preso forse da un “raptus” religioso, offrì i pezzi di quello che era stato simbolo dell’antica Brundisium. E si legge in proposito sul secondo volume della “Cronaca dei Sindaci di Brindisi”: «1657 e 58. Carlo Stea sindico.
Questo sindico offerse li pezzi cascati della colonna alla città di Lecce per erigerla, e si ponghi sopra la statua di s.Oronzo.»


Una decisione impopolare che a quanto pare si scontrò con il dissenso del popolo brindisino, tant’è che i sindaci successivi non ratificarono l’offerta di Stea. Sempre la “Cronaca” riporta infatti:
«1658 e 59. Giovanni Antonio Cuggiò nobile sindico.
Questo sindico mai acconsentì, che si diano li pezzi della colonna alla città di Lecce.»

«1659 e 60. Carlo Monticelli Ripa sindico.
Questo sindico sempre opposto per non dare li pezzi della colonna cascata alla città di Lecce.
[Il 2 novembre 1659 «Fu proposto dal reverendo procuratore don Carlo d’Arsenio canonico como questa mattino appunto l’università habbia ricevuto ordine dell’eccellenza del Regno per la consegnatione delli pezzi della caduta colonna alla città di Lecce; che però stante, la privatione di una cosa sì importante a questa città lo propone cercando a esso reverendo capitolo per la difesa di causa sì importante.(…)»]»

Quando i leccesi andavano a Brindisi per recuperare e portare via i promessi rocchi della colonna romana, trovavano popolo e magistrati a respingerli, e alle volte qualcuno fu anche maltrattato. Per quattro anni le liti tra le due città andarono avanti, poi l’autorità del Vicerè pose termine alla lotta, imponendo che i pezzi fossero ceduti a Lecce. Sarà il sindaco Vavotico in carica a dover eseguire quanto comandato dall’autorità vicereale.

«1660 e 61. Notaro Andrea Vavotico sindico.
In questo sindicato, previo ordine di S.E., si diedero li pezzi della colonna cascata alla città di Lecce, al numero di sette con il capitello, e stentarono un anno continuo per poterli trasportare.»

La vicenda controversa non ha trovato tuttavia un vero epilogo, poichè ancora oggi c’è chi tra i brindisi dichiara che la loro colonna sia stata rubata dai leccesi e che dovrebbe tornare al suo posto, sul piedistallo rimasto in cima alla scalinata Virgilio, accanto alla sua antica compagna. Seppure già durante il Ventennio fascista, Gustavo Giovannoni, componente del Consiglio Superiore delle Belle Arti, incaricato di un’inchiesta in merito al caso della colonna, conclude che non aveva alcun senso riportarla a Brindisi. In effetti non sarebbe più possibile ripristinare il monumento originale e “amputato”, in quanto la colonna oggi a Lecce ha perso la sua identità originale: i rocchi infatti furono ramestrati di ben 65 cm e il capitello ebbe un rifacimento completamente barocco, dunque quella che oggi sorregge la statua di Sant’Oronzo non è più la colonna di Brindisi, se non per la componente marmorea, e questo giustificherebbe il mancato ripristino del monumento brindisino, mentre attualmente la colonna della controversia svetta su Piazza Sant’ Oronzo orfana della statua del santo patrono, in seguito a recenti lavori di restauro.

 

Testo di Sara Foti Sciavaliere

Foto di Moreno Magno e Donatella Zuccaro

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