Le farfalle erranti di Ermacora

Sollevò appena l’orlo dell’ampia gonna per evitare che spazzasse le chianche della via umide di pioggia. Non poté però evitare che le punte lucide dei suoi stivaletti finissero infangate. Chissà cosa avrebbe detto in proposito Ermacora. E fu come se l’avesse evocata al solo pensiero dei suoi consigli in materia di moda, di fasti e nefasti avvenimenti mondani, del resto a Lecce e dintorni non c’era voce più autorevole della sua. Voce di donna e parole d’inchiostro, che risuonavano dalle pagine del settimanale “La Provincia di Lecce”. Parole che, leggere e piene di garbo, si offrivano alle lettrici nella rubrica di “Farfalle erranti”.

Era al braccio del marito, l’avvocato Nicola Bernardini, lungo il possente colonnato dorico della Biblioteca, in quello che era stato il convitto del Reale Collegio dei Gesuiti. Un sobrio prospetto neoclassico, con il fregio lineare e il timpano che incorniciava uno degli orologi sincroni inventati da Candido, portando fama ai leccesi fino all’Esposizione di Parigi. L’orologio è fiancheggiato da una coppia di delfini con la mezza luna in bocca, il simbolo della Provincia di Terra d’Otranto. Dal chiostro, si erano mossi lungo il portico monumentale per scendere i pochi gradini che li portavano al livello della piazza antistante. Nicola Bernardini era da pochi anni direttore della Biblioteca, amava la carta stampata, la parola incisa sulle pagine, ne aveva fatto la vocazione della sua vita, come giornalista, e alla fine aveva anche fondato un suo giornale, che trovava fortuna e lettori anche oltre i confini di Terra d’Otranto. Accanto a lui, in un sodalizio che durava da quasi vent’anni, sua moglie, compagna di vita e nel lavoro, l’anima del suo giornale. Si diceva che Don Nicola fosse calmo e pacato, spesso imperturbabile anche nelle tempeste degli accadimenti, mentre lei era energica, pungente, mai a corto di parole, ma aggraziata nei modi e nel portamento, seppure non bella. Lei era Donna Emilia Bernardini Macor. Moglie, madre, pubblicista. Era lei dietro a quella firma sulla rubrica delle Farfalle erranti. Tutti a Lecce sapevano che Ermacora era lei.


La coppia chiacchierando di chissà cosa, intanto aveva attraversato la piazzetta delimitata dal colonnato del Convitto, e le passava davanti. Incrociò gli occhi verdi della donna, lo sguardo sicuro, prima che quella potesse passare oltre. Era stata a pochi passi da lei e si sentiva emozionata. Non c’era donna che ammirasse più di Donna Emilia. Non riusciva infatti a credere alla sua buona sorte quanto giusto qualche giorno dopo la Provvidenza la ricollocò sulla sua stessa strada.

Si era lasciata alle spalle la Chiesa di Sant’Irene e con essa la Regia Scuola Normale Femminile nel già convento dei Teatini. Insieme alle compagne camminava verso le Quattro Spezierie e sbirciava le vetrine del sarto parigino, Antonio Poso, quando nel riflesso dei vetri, vide aprirsi la porta del laboratorio di modisteria delle sorelle Santorufo e ve ne uscì Ermacora, che ancora scambiava commenti con una delle titolari, la minore delle due, Lucia. La giornalista aveva particolare stima nel gusto della modista, soprattutto in materia di cappelli, e non ne faceva mistero, giacché le aveva dedicato un suo intervento nelle “Farfalle erranti” appena qualche mese prima, sul finire dell’anno, tessendone le lodi.

Non si era resa conto che Donna Emilia si era congedata e si avviava verso Sant’Irene, passando sul suo stesso lato della via. Si erano trovate così quasi una di fronte all’altra. La donna l’aveva studiata per un istante, come se le stesse prendendo le misure con occhio arguto. E lei non si era trattenuta dall’inclinare il capo in un accenno di saluto al limite con la devozione. E temette che un fulmine le sarebbe piombato addosso per punire quella specie di blasfemia, ma per fortuna Sant’Irene la guardava dal portale della chiesa, lei la potrettrice dai fulmini.
“Ci incontriamo ancora, signorina.”
L’aveva notata davvero e le stava rivolgendo la parola. Se ne sentiva sinceramente onorata.
“Sono fortunata, pare. Vi seguo sul giornale. Leggo i vostri articoli. Tutti. E spero un giorno di scrivere anche io da pubblicista”, le aveva confessato senza pudore.
Emilia Bernardini Macor sorrise e passò una mano sul bolero di panno bianco. Quello doveva essere il suo colore preferito, così aveva sentito dire, se fin da ragazza con le due sorelle vestivano di bianco. Le sorelle turche del Bosforo le chiamavano, figlie di un ingegnere ferroviario che aveva realizzato ponti tra Instabul e Smirne.
“Studi?” le aveva chiesto indicando il libro che teneva stretto tra le mani. Si limitò ad annuire con il capo, d’un tratto le parole le venivano meno.
“Domani è mercoledì, è il mio giorno di ricevimento. Se ti fa piacere, ti aspetto in via delle Bombarde, al civico 27.”
La stava invitando nel suo salotto, o forse nella redazione del giornale? Non faceva in fondo differenza, le due cose erano un tutt’uno, dato che erano nello stesso palazzo. Non avrebbe di certo rifiutato in ogni caso. E in quel momento avrebbe chiesto consiglio a Ermacora su quale fosse il modo più appropriato per rispondere a quell’invito. La maestra del bel vivere e delle buone maniere era proprio lì di fronte a lei, in attesa, e non poteva fare la figura della maleducata. “Ci sarò di certo. Grazie”, non le venne in mente altro da dirle ed era certa che non fosse il modo adeguato, tuttavia la donna le sorrise. “Rilassati, non è un esame. Ne parleremo domani” e salutando, aveva ripreso il suo cammino verso il vicolo a destra della chiesa.

Aveva parlato con Emilia Bernardini Macor e l’inaspettato invito l’aveva inebetita, anche ventiquattro ore dopo, passando alle spalle del maestoso arco di Porta Napoli che incorniciava sul fondo l’obelisco per proseguire in via delle Bombarde, credeva di essersi immaginata quell’incontro e quasi fu tentata di ritornare sui propri passi per non rischiare di fare una brutta figura. Persa in quei pensieri era alla fine arrivata alla residenza dei Bernardini, un palazzo a metà strada tra Porta Napoli e il Convento delle Benedettine. Ormai era lì e, prima di avere altri ripensamenti, aveva bussato al portone e veniva introdotta nel salottino di Donna Emilia.

L’aveva trovata a scorrere fogli e cesellare parole, gli occhiali fermi sulla punta del naso e un mezzo toscano tra le labbra, mentre la luce di una lampada verde accendeva i riflessi ambrati dei capelli.
“Siedi, mia cara, intanto che arrivo. E poi sarà opportuno fare le presentazioni”.
Si era sentita avvampare a quell’appunto: aveva ragione, non si era mai presentata. Sarebbe profondata volentieri nel divanetto di velluto, per l’imbarazzo.
“Leggi Farfalle erranti, dunque?” continuò la signora della stampa leccese, ancora china sui suoi fogli.
“Tutti i vostri articoli.”
“Solo i miei?”                                                                                                                                                  “Anche altri, se mi interessano. Ma voi siete un modello per me.” Voleva essere sincera.
“Scrivo di moda e di costume.”
“Siete una donna che scrive e vi leggono anche gli uomini, e questo è un fatto”. Aveva poi respirato a fondo, un respiro di chi era rimasto a corto d’ossigeno e, incamerando aria, aveva preso anche il coraggio di parlare, con le dita strette sulla gonna.
Fu scrittrice simpatica e le sue note, anche se solo di cronaca, erano lette con piacere: piana la forma, poderosi o tenui i concetti a seconda dell’argomento.
Farfalla errante, si fermava sui fiori della vita leccese e ne aspirava, e ne faceva aspirare ai lettori de La Provincia i profumi. Direi ne succhiava e ne faceva succhiare il nettare tanto era dolce la forma, così erano delicati i pensieri con i quali dava notizia della cronaca rosa di Lecce e provincia.
Ella fu per il giornalismo leccese ciò che Matilde Serao è per il napoletano.
Sono le parole di un uomo a salutarla e renderle omaggio nello spazio della sua rubrica “Farfalle erranti” dal numero speciale de “La Provincia di Lecce” del 3 ottobre 1926 che aveva voluto celebrarne la memoria a pochi giorni dalla sua morte. Non solo moglie e madre, ma anche giornalista brillante, lieve farfalla bianca dalla testa d’oro.


N.d.a. Per il secondo appuntamento con Racconti Monumentali, siamo partiti da un luogo, la Biblioteca Provinciale di Lecce, nata il 20 marzo 1863, e intitolata a Nicola Bernardini, avvocato e giornalista, che la diresse dal 1902 fino alla morte. Da qui è stato inevitabile dare spazio a una figura femminile leccese (essendo questo il mese in cui ricorre la Giornata Internazionale della Donna), la giornalista Emilia Bernardini Macor, considerata la Matilde Serao di Puglia.
La voce narrante è di pura finzione, è solo un pretesto narrativo per raccontare la storia di Ermacora e della sua attività nella Provincia di Lecce.

 

 

di Sara Foti Sciavaliere

Illustrazioni di Lilith Chevalier



Bibliografia
-R.Basso, “Emilia Macor Bernardini”, in AA.VV., “Salentine, Edizioni Grifo, 2022.
-A.Pellegrino, “Emilia Bernardini Macor. Cronista di moda e di costume”, Congedo, 2006.
-“La Provincia di Lecce”, a.XXX, n.34, 3 ottobre 1926.

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